Marcegaglia accetta l’emergenza, ma non senza riforme per la crescita

D’accordo sul rigore nei conti pubblici, ma è bene pensare anche a come riattivare la crescita. Giusto tagliare la spesa pubblica improduttiva, però occorre dotare il paese delle infrastrutture necessarie. Bene scongiurare giudizi negativi dei mercati sulla capacità dell’Italia di risanare il bilancio statale, ma è ora di porre mano alle riforme strutturali, sul lato della spesa e delle entrate. Leggi Come l’Italia tutti in Europa s’affrettano con i tagli, chi parte ora chi nel 2011
12 AGO 20
Immagine di Marcegaglia accetta l’emergenza, ma non senza riforme per la crescita
D’accordo sul rigore nei conti pubblici, ma è bene pensare anche a come riattivare la crescita. Giusto tagliare la spesa pubblica improduttiva, però occorre dotare il paese delle infrastrutture necessarie. Bene scongiurare giudizi negativi dei mercati sulla capacità dell’Italia di risanare il bilancio statale, ma è ora di porre mano alle riforme strutturali, sul lato della spesa e delle entrate.

E’ questa l’impostazione da cui partirà la relazione di Emma Marcegaglia all’assemblea annuale di Confindustria che si terrà domani. Alla sua terza assemblea, il presidente degli industriali italiani non darà un giudizio negativo della manovra economica dell’esecutivo, anzi. La manovra, è il ragionamento che Marcegaglia ha svolto incontrando l’esecutivo, è necessaria perché si sono acuiti due problemi: da un lato la crisi greca, e quindi i rischi sovrani per gli elevati debiti pubblici, dall’altro l’attacco all’euro. Il cambio debole della moneta unica può essere un sollievo per il nostro export, ma è anche un sintomo preoccupante della difficile tenuta dell’Unione europea.

Da qui nasce quello che in ambienti confindustriali si definisce un “sì condizionato” alle linee guida che ieri il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha illustrato ai sindacati dei lavoratori e degli imprenditori. Un “sì” che implica un “se”: se la manovra va nella direzione del taglio della spesa pubblica e se comincia anche a dare risposte sulla produttività si tratta di una manovra positiva per il paese. E’ apprezzata l’idea governativa che se si chiede al paese di fare sacrifici è bene che lo faccia anche chi questi sacrifici li chiede. Come dire che il parziale prosciugamento dei costi della politica è una giusta premessa per prevedere sacrifici per i cittadini, seppure sotto forma di riduzioni di spesa pubblica.

In Confindustria si spera che siano davvero
“tagli veri e strutturali”. Anche perché recenti elaborazioni dell’associazione degli imprenditori indicano una progressione geometrica degli incrementi della spesa pubblica, ben oltre l’adeguamento all’inflazione. Marcegaglia in questi giorni ricorda ai suoi interlocutori come negli ultimi sette anni i costi dello stato centrale siano aumentati del 40 per cento, mentre quelli degli enti locali addirittura dell’80 per cento. Per questo in ambienti di viale dell’Astronomia si tende a parlare di un montante statalismo municipale, provinciale e regionale, che inceppa anche i meccanismi concorrenziali: basti pensare al ruolo sempre più pervasivo delle ex municipalizzate.

Ma dopo la messa in sicurezza dei conti pubblici, il taglio della spesa statale e locale, la riduzione dei costi della politica, il prossimo focus della politica economica non può non essere incentrato sulla crescita, in Europa e in Italia. Anche per evitare che le manovre restrittive possano deprimere ulteriormente l’economia già provata dalla recessione. L’opzione fiscale, con una riduzione della pressione tributaria, è sempre in cima ai gradimenti degli industriali. Il dibattito innescato dall’intervento di Carlo De Benedetti sul Foglio e poi sul Sole 24 Ore, in cui si aupisca un robusto calo delle imposte sul lavoro, è stato anche discusso in un recente direttivo della Confindustria, dove l’Ingegnere ha ribadito le tesi. La direzione indicata è condivisa dall’associazione, ma ambienti confindustriali sono scettici sull’opportunità di prevedere una patrimoniale.

Un’imposta sui patrimoni non intaccherebbe soltanto i benestanti: da una prima analisi che si basa sulla struttura produttiva e aziendale dell’Italia è viva la sensazione che un tributo ad hoc sui patrimoni possa ulteriormente deperire la capacità finanziaria e d’intrapresa. Per questo la preferenza tra le possibili opzioni procrescita va a riforme strutturali come una più decisa accelerazione delle liberalizzazioni e interventi più radicali in prospettiva sulla previdenza, con un innalzamento dell’età di pensionamento. Comunque nessun ultimatum al governo, come quelli scanditi agli inizi di aprile al seminario di Parma. Adesso è il momento della coesione sociale. Un messaggio che all’interno dell’associazione è così traducibile: bando alle divisioni e ai personalismi.